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“[…] Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano […]”
(Michel Foucault, Utopie Eterotopie)

Giulia FALDUTO ci presenta uno spazio quasi intatto; le pareti, praticamente spoglie, accolgono la presenza di due piccole cornici digitali, una per ciascuna stanza, che riproducono un video della stessa giovane artista che recita, per noi spettatori, un passaggio di un testo di Michel Foucault estrapolato da Utopie Eterotopie (Edizioni Cronopio, Napoli 2006).
Vi è dunque un rapporto differente tra l’opera e il visitatore che non interagirà con un’opera fisica, ma con la propria fisicità. Il CORPO è qui messo in primo piano e l’intimo e personale modo di relazionarsi con esso è il vero soggetto di questa mostra.
Al suolo, provocatoriamente, sono stati rovesciati sassi e farina. È il bianco a far da padrone in quest’allestimento dove il minimalismo è il pretesto, un varco di infinite digressioni fra il corpo fisico e il corpo spaziale.
Nei movimenti. Nelle pause. Nell’attesa. Nel dubbio. Nella scelta di accedere, o meno, alle sale si rende manifesto quel che fin qui si è detto.
Calpestare il suolo, l’opera, è la sfida che Falduto ci impone affinché si giunga a lei. Alterare col nostro passaggio quel ch’è stato predisposto sul pavimento comporta l’esserne, al tempo stesso, contaminato. Sulle scarpe le tracce dell’intrusione e a terra, su quei non più candidi e polverosi tappeti, i resti della profanazione.
Perché tutto questo? Perché infliggere questo doppio marchio, questo legame tra l’Io e il luogo? Perché obbligarci a suggellare questo misterioso accordo e, soprattutto, con chi?
La giovane artista ci parla di trucco, di travestimento e di tatuaggi, di quelle decorazioni che, non solo permettono di rendere il corpo più attraente, ma sono in grado di traslarlo su significati altri, di metterlo in comunicazione, attraverso un linguaggio segreto e sacro, all’universo altrui o, addirittura, all’universo delle divinità. Ma prima di giungere a tutto questo è inevitabile affrontare le impronte che inevitabilmente segnalano il nostro passaggio e il fatto che il corpo è il contrario di un’utopia, è ciò che non sarà mai sotto un altro cielo, è il luogo assoluto, il piccolo frammento di spazio col quale letteralmente faccio corpo (M. Foucault).

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Diego PASQUALIN per StudioDieci

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Fotografie di Alessia TRIPODI