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“Ma forse noi oggi non siamo più all’altezza di questo paesaggio, non ne individuiamo più i contorni, i pieni, i vuoti, i volumi di senso perché non conosciamo più l’anima universale che la parola degli antichi cercavano di descriverci: quello dello spirito e quello della materia; oggi conosciamo solo anime individuali resa asfittiche dall’incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo”.
(Umberto Galimberti, Paesaggi dell’Anima)

Un vento dolce. Un vento amaro. Un vento che incessantemente fa vibrare sotto i raggi di una lontana luce i delicati papaveri di Beatrice Vecchio. Intimi. Romantici. Crudeli. L’essenza dei suoi fiori è in grado di inglobare e sommare le caratteristiche naturali al portato introspettivo dell’artista. Impalpabili oscillano allo scorrere del tempo, silenziosi osservano e testimoniano lo scorrere del tempo al ciglio di crocevie esistenziali; forti e resistenti alle intemperie e fragili al contatto con l’umano. C’è dunque una possibile analogia tra il rosso papavero e il sanguino cuore? Di certo è che ognuno di questi fiori rappresenta un incontro, persone attese lungo i binari, inspiegabili perdite, sorrisi stesi al sole in campi primaverili e molto altro ancora.
Un Vento dolce. Un vento amaro. Duplici correnti alle quali abbandonarsi per scoprire e scoprirsi in quell’infinito alternarsi di nuove sbocciature e l’inevitabile sfiorire definito vita.
Papaveri & Terribili è come una macabra filastrocca che risuona nell’aria; una nenia infantile sul calar della sera, l’ultimo gioco prima del rientro in una qualunque casa. Il saltellar allegro dell’età dell’innocenza vibrante in tramonto rosso di esistenze segnate dall’incuria di una in-civiltà troppo frettolosa e assente. Così ogni papavero acquista la valenza delle innumerevoli perdite che ogni giorno si ripetono nei perduti angoli del mondo.
Un vento dolce
accoglierà queste vittime.
Un vento amaro
soffierà sulle nostre anime.

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Diego Pasqualin per Studiodieci

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