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“[…]con materia ci si riferisce all’argomento, al contenuto di un’opera, di un testo. Allora, il termine “materiali” indica la materialità fisica di cui è fatto un oggetto o con cui un’opera viene costruita, quindi i materiali concreti, la pietra, il marmo, il bronzo, il ferro, i colori, i suoni. Essi, semanticamente, costituiscono la struttura materiale significata, o il significante che veicola i significati. […]”
(Eleonora Fiorani, Leggere i materiali)

Scivolare lentamente verso il basso, come lava incandescente lungo i pendii del vulcano, come neve in quell’attimo che precede il distacco della valanga. Cadere. Tornare a terra.
L’opera di Andrea Famà ci mostra quel movimento discensionale che riporta inevitabilmente alle origini, alla matrice delle singole esistenze. Storie simili, apparentemente uguali, eppure differenti in ciò che le costituisce. La materia viene qui scandagliata per permetterle di parlare una lingua propria, unica, per non dire singolare e mai casuale. Persino il vuoto acquista una valenza altra in grado di condensarsi ed essere parte costituente dell’allestimento. L’assenza è dunque presenza voluta per far emergere quella fisicità tipica della scultura che la contraddistingue da tutto il resto. Ogni materiale ha insito nella propria struttura peculiarità che, ad occhio attento, si mostrano allo spettatore e, di volta in volta, risuonano nel profondo di chi guarda riattivando quel moto perpetuo tra cosmo, uomo e l’esistenza stessa delle cose.
Scivolare lentamente verso il basso.
Strabordare.
Oltre il con-fine.
Oltre il limite.
Oltre.
Per essere.

Partire per poter ritornare. Un transito dalla terra alla Terra, sempre stessa e ma la stessa perché arricchita dalla mescolanza di nuove realtà. Strabordare oltre le porte dell’Io. Divenire. Come lava incandescente. Come neve in una valanga.

 

 

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Diego Pasqualin per Studiodieci

 

 

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